Così è arrivato anche il mese di Marzo.. che suona un po’ come la scoperta dell’ acqua calda, ma davvero mai il tempo mi è volato tra le mani come in quest’ ultimo periodo.
Il fatto è che le cose da fare sono diventate tantissime, e prometto che almeno una ve la svelerò nei prossimi post :O) .
Giro per strada col naso allinsù e gli occhi si riempiono dei primi fiorellini rosa e bianchi, in modo così inaspettato che non posso che chiedermi ogni volta : di già?? Aspetto da un momento all’ altro di sentire il vento dei cambiamenti, quello fresco ma denso di profumi, di polline, di terra che comincia a scaldarsi, che mi fa sognare cappellini di paglia colorati e borse di stoffa, scarpe da ginnastica sempre slacciate e biciclette coi cestini in cui riporre la coperta per il pic nic.
Nei prati addirittura le prime margherite.. mi fanno pensare a quanto è speciale la primavera, dai toni così delicati ma dal carattere così forte da sfidare e bucare il gelo per farsi spazio tra il vento ancora freddo ed il sole che comincia a farsi tiepido e ad illuminare le giornate..
Ma l’ inverno mi piace molto e dunque me lo godo fino in fondo senza anticipare troppo la stagione. Così per cena l’ ennesimo comfort food che parla toscano: il baccalà alla fiorentina.
Semplice da preparare e molto saporito, con quell’ intingolo che chiama da sè una generosa ed irriverente scarpetta a fine pasto..
Forse non posso chiamarla vera e propria ricetta quella di oggi, ma di sicuro è l’ elogio della semplicità e delle cose che amo di più al mondo.
Babbo che affetta il pane sulla tavola e lo sfrigolio del buristo che cuoce nella vecchia padella di ferro, rilasciando quel profumino di grasso e spezie che riempie l’ aria e che fa borbottare lo stomaco..
Io che adoro le liste che siano della spesa o delle cose da fare, delle cose da mettere in valigia o dei buoni propositi, ogni volta che entro da Busso, la macelleria “di fiducia” a Piancastagnaio, non ho bisogno di alcunché.
In inverno 5 sono le cose irrinunciabili per me: la salsiccia secca, la salsiccia fresca, la soppressata, il mazzafegato ed il buristo.
Il buristo è un tipico insaccato delle mie parti e del senese in generale, fatto di carne (macinata e bollita) della testa del maiale e sangue del maiale stesso, speziato con arancia, aglio, limone, sale e pepe o arricchito con uvetta e pinoli a seconda della zona.
In alcune parti della regione poi assume forme diverse, dove più grande e schiacciato, dove più piccolo e di forma cilindrica..
Insaccato nel budello del maiale viene fatto poi bollire in modo da compattare il sangue coi pezzettini di grasso ed il resto degli ingredienti.
Ammetto che nel suo colore rosso scuro e nella sua forma un po’ irregolare possa non essere molto invitante eppure “vi invito” a tagliarne una fetta bella spessa, cuocerla in padella senza nulla e poi mangiarla con una fetta di pane sciocco.
Il sapore è forte e deciso, ma così morbido che quasi si scioglie in bocca, i pezzettini di grasso appetitosi ben si sposa con il semplice pane.
Una fetta di buristo col pane è pura poesia, è la mia merenda salata per eccellenza (eh lo so che non sono una da tè delle cinque….),è un antipasto o un pranzo intero, è il bottino che tengo stretto sottobraccio quando col fiatone me ne torno su per il vicolo in salita e non perché sono stanca, ma perché corro a casa ad accendere il fuoco..
Quando le persone mi chiedono da dove nasce questa passione per la cucina, penso sempre che la risposta sia nella cucina di mia nonna. O meglio, l’ aver passato la vita nella cucina delle mie nonne, o quantomeno con le mie nonne in cucina.
Così credo sia stato inevitabile che il mio gusto così come il mio modo di cucinare e di pensare in cucina sia stato influenzato da certi profumi, dai ricchi pranzi della domenica, dalle minestre calde e pastose al ritorno da scuola, dall’ amore di cui ogni cosa (a prescindere dalla cucina) era intrisa, come se prima di compiere qualunque gesto la domanda fosse “cosa posso fare oggi per renderla felice?”.
Poi si cresce, e si imparano tante cose un po’ per emulazione un po’ per reazione.. e le carote cotte sono una “conquista” della vita indipendente.
Non so perchè ma le carote in casa dei miei genitori le ho sempre mangiate crude, in insalata, e le uniche cotte erano quelle che riuscivo a rubacchiare dal brodo vegetale o dal bollito o quelle che finivano nel minestrone o nel soffritto.
Adesso invece mi capita spesso di saltare le carote in padella con un po’ di miele o succo d’ agave o sciroppo d’ acero come in questo caso.
A mercato poi ho trovato i gioioli, queste erbette antiche ed un po’ dimenticate, dal gusto che ricordano un po’ il crescione, il sapore acquoso con un retrogusto un po’ forte (certonon delicato come la lattuga, ecco.), stanno molto bene nelle insalate miste. E insieme alle carote glassate.
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